È dal porto di Livorno che George Noel Gordon Byron, salpando alla volta della Grecia, dà il suo definitivo addio all’Italia, dove ha vissuto per quasi sette anni, tra Milano, Venezia, Ravenna, Pisa, Livorno e Genova.
È il 24 luglio 1823 e, nei giorni precedenti, il Capitano di una nave greca, venuto a conoscenza delle intenzioni del poeta, ha suggerito questi di dirigersi verso l’isola di Cefalonia, protettorato inglese il cui Governatore è favorevole a quella causa indipendentista ellenica per la quale Byron ha deciso di impegnarsi, economicamente e militarmente, dando fondo a tutte le sue energie ed al suo ingente patrimonio, mosso dalla volontà di fare per l’umanità “qualcosa di più che scrivere versi”; confidando finanche di trovare nell’ellade un’eroica morte in battaglia.
Byron è a bordo di un piccolo vascello, l’Hercules, in compagnia di alcuni tra i suoi più fidati compagni: lo scrittore e biografo Edward John Trelawny, il Conte ravennate Pietro Gamba, fratello della sua ormai ufficiale compagna Teresa, il medico personale Dottor Francesco Bruno (che aveva sostituito quel John William Polidori, poi passato alla storia della letteratura per il racconto Il Vampiro) e cinque servitori tra i quali i fedelissimi Tita Falcieri – autentico tuttofare a servizio del Lord inglese – ed il valletto ed ormai amico William Fletcher, già accompagnatore del poeta, quasi tre lustri avanti, durante il suo precedente lungo peregrinare nel Mediterraneo e in Grecia.
Neanche otto mesi più tardi, il 19 aprile 1824, lunedì dell’Angelo, Byron morirà a Missolungi poco più che trentaseienne, e la fama di eroe e martire della causa ellenica finirà col superare quella – apparentemente inarrivabile – di poeta. Le sue spoglie, contro la sua espressa volontà che trovassero sepoltura in Grecia, in una tomba senza nome, faranno ritorno in Inghilterra, destinate alla Cripta di famiglia nella Chiesa di St. Mary Magdalene, ad Hucknall, dopo aver fatto scalo proprio nel porto di Livorno, dove l’impresa del poeta aveva avuto inizio; e come da Livorno erano partite, due anni prima, alla volta di quella stessa sepoltura, quelle della piccola figlia Allegra (figlia illegittima avuta con Claire Clairmont, sorellastra della celebre Mary Wollstonecraft Godwin Shelley), morta all’età di cinque anni nel convento di San Giovanni Battista a Bagnocavallo, il 20 aprile 1822.
E sempre a Livorno, esattamente un mese dopo quel tragico quanto inaspettato evento, Byron aveva trasferito temporaneamente la propria residenza da Palazzo Lanfranchi, sul lungarno pisano, a Villa Dupouy, sulle pendici del colle di Montenero, in quella che gli era stata suggerita come la più bella tra le dimore della zona, e per questo presa in affitto – con contratto stipulato il 9 aprile – sino alla fine del mese di settembre, allo scopo di fuggire la calura pisana – ma anche la sempre più stringente sorveglianza delle autorità granducali sulla eversiva comunità inglese – e trascorrervi l’intera estate.
A dispetto del caldo soffocante di quella tarda primavera, a villa Dupouy Byron era andato trovando conforto nella rigogliosa bellezza della natura circostante e nel suo panorama mozzafiato, come raccontato ad Isaac D’Israeli in una lettera del 10 giugno (V. Lettera di Lord Byron a Isaac D’Israeli, 10 giugno 1822, in Byron’s Letters and Journals, IX, p. 178):
“Dal balcone vedo l’isola d’Elba e la Corsica, e il mio vecchio amico Mediterraneo che rotola blu ai miei piedi. Finché conserverò il mio sentimento e la mia passione per la Natura, sarò in grado di mitigare o controllare in parte le mie altre passioni e di sopportare o resistere a quelle altrui.”
A Villa Dupouy, Byron lavorava come sempre alla notte, svegliandosi soltanto al tardo mattino, trascorrendo con Teresa le serate sulla terrazza della bella dimora e nei suoi giardini, tra rose, gelsomini ed eliotropi, e soprattutto dedicandosi di nuovo, quotidianamente, al nuoto; disciplina nella quale la sua reputazione era finanche leggendaria, in particolare dopo l’attraversamento da questi compiuto, nel 1810, dello Stretto dei Dardanelli, notoriamente ritenuto impossibile per la forza di quelle correnti già narrate nel mito di Ero e Leandro, ben conosciuto dal poeta.
E proprio a Villa Dupouy, infine, Byron aveva ospitato, dal primo di luglio, Percy Bysshe Shelley, per discutere la possibilità di dar vita a quella rivista radicale battezzata “The Liberal” – e pubblicata poi in soli quattro numeri, tra l’ottobre 1822 e il luglio 1823 – trascorrendo col fraterno amico quella che si sarebbe rivelata essere l’ultima sua settimana di vita prima del naufragio, l’8 luglio, dell’imbarcazione con la quale questi stava facendo ritorno, da Livorno, all’allora sua attuale residenza di Villa Magni, a Lerici.
Nella restante parte dell’estate, trascorsa da Byron tra Villa Dupouy e Palazzo Lanfranchi, avrebbero preso vita l’ottavo, il nono e la quasi totalità del decimo canto del Don Juan, ma a Villa Dupouy il poeta redasse con certezza il settimo, terminato il 28 giugno, poco prima dell’arrivo di Shelley, e poi pubblicato, insieme all’ottavo, il 15 luglio 1823, una settimana prima della partenza da Livorno per Cefalonia.
Della tarda primavera del ’22, trascorsa per intero da Byron a Villa Dupouy, resta, infine, uno dei più celebri ritratti raffiguranti il poeta, ovvero quello realizzatovi dall’artista statunitense William Edward West, oggi conservato alle Gallerie Nazionali di Scozia, e che Teresa definì, forse troppo severamente, una “caricatura grottesca”.
Dimenticata dai più perché nascosta oggi dalla vegetazione, Villa Dupouy veglia ancora la costa livornese, mentre il nome del suo più celebre inquilino è omaggiato nella toponomastica cittadina dalla bella strada panoramica che dal via del Castellaccio conduce al Santuario di Montenero.