“Hai fatto il furbo.” Lo diciamo con un mezzo sorriso, quasi fosse un complimento. In italiano, questa espressione ha un’ambiguità tutta particolare: dovrebbe indicare una scorrettezza, eppure viene pronunciata con indulgenza, a volte persino con ammirazione. Come a dire: hai aggirato le regole, bravo; sei stato più sveglio degli altri.
Il problema è che questa tolleranza ha un costo. Un costo che paghiamo tutti, anche se non sempre ce ne accorgiamo subito. Prendiamo l’esempio più diffuso, quello su cui ci siamo ormai abituati a sorvolare: l’evasione fiscale. Quando qualcuno paga in nero, o non emette la ricevuta, la reazione comune è spesso un’alzata di spalle. Non fa male a nessuno, si dice. Sembra non far male, ma non è così: ogni euro che evade il fisco è un euro in meno per ospedali, scuole, strade. Il danno è collettivo, anche se non visibile nell’immediato.
E la cosa più paradossale è che a volte sono le stesse istituzioni a premiare i furbi. I condoni edilizi, le sanatorie fiscali, i programmi di rientro dei capitali dall’estero che consentono di regolarizzare denaro nascosto pagando addirittura meno di quanto si sarebbe dovuto versare in origine. Tutto questo manda un messaggio inequivocabile: conviene fare il furbo, perché prima o poi arriva l’amnistia. Chi ha rispettato le regole si ritrova ad aver fatto la parte dello stupido.
La morale è semplice quanto scomoda: tollerare la furbizia altrui è complicità. Ma prima o poi tocca anche a noi stare dalla parte dei beffati.
Lo sport come specchio
Questo meccanismo lo vediamo riflesso con chiarezza nello sport. E in particolare nel calcio, che è diventato uno dei luoghi in cui la cultura del “fare il furbo” si manifesta nel modo più sfacciato e più applaudito.
Qualche giorno fa ha fatto discutere un episodio che ha coinvolto Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter: una simulazione riuscita, l’espulsione dell’avversario e poi l’esultanza, come se fosse stato compiuto un gesto eroico. Bastoni non è certo l’unico, e il gesto non era premeditato: era riflesso, abitudine, cultura assorbita fin da giovani. Cercare il contatto, enfatizzarlo, ingannare arbitro e avversari: una regola non scritta che è diventata parte del gioco.
Episodi simili se ne vedono a decine ogni giornata. E la reazione è sempre la stessa: indignazione da parte degli avversari, giustificazione o silenzio da parte degli altri, assenza di provvedimenti. Basta ricordare quanto accaduto agli Europei del 2021: Ciro Immobile rimase a terra in area di rigore durante Italia – Belgio, salvo rialzarsi di scatto al gol di Barella. Il commentatore inglese definì la scena “patetica”. Una parola dura, difficile però da contestare. Giudicate voi qui.
E poi c’è l’episodio che tutti conoscono, quello entrato nella leggenda: il gol di mano di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986, ribattezzato “la mano de Dios” e celebrato da molti come furbizia geniale. Così decantato da meritare addirittura un film, È Stata la Mano di Dio di Paolo Sorrentino, nel quale un personaggio guarda quelle immagini estasiato, dicendo: “Li ha umiliati!”. Ma proviamo a cambiare prospettiva: come lo avremmo vissuto, quell’episodio, se gli umiliati fossimo stati noi?
Livorno e lo sport
Eppure lo sport non è questo. O almeno, non dovrebbe esserlo. E c’è una città che dovrebbe incarnare meglio di altre l’idea opposta: Livorno.
La nostra è una delle città più medagliate d’Italia. Dopo i Giochi di Parigi 2024, il conto olimpico ha superato le cento medaglie. A queste si aggiungono i titoli mondiali ed europei, per un totale che supera le 500 medaglie complessive in ventuno discipline diverse: vela, canottaggio, scherma, nuoto, ciclismo, atletica, arti marziali, rugby e molto altro ancora.
I nomi sono tanti. Aldo Montano, quattro Olimpiadi nella scherma; Paolo Bettini, campione del mondo nel ciclismo su strada; Giulia Quintavalle, oro nel judo a Pechino 2008; Gabriele Detti, bronzo nel nuoto a Rio 2016. E ancora prima, Federico Caprilli, considerato il padre della moderna equitazione; Nedo Nadi, cinque medaglie d’oro alle Olimpiadi del 1920.
Ma tra tutti i capitoli di questa storia sportiva, quello che mi piace ricordare di più riguarda un gruppo di uomini che in quegli anni si chiamavano tra loro con un soprannome buffo e improbabile.
Gli Scarronzoni
Nel giugno del 1928, al lago di Massaciuccoli, l’otto dell’Unione Canottieri Livornesi si presentò ai campionati toscani di canottaggio con movimenti sgraziati, abituati com’erano al sedile fisso. Chi li vide remare li chiamò Scarronzoni, dal verbo “scarrocciare”, cioè deviare di lato a causa del vento. Quasi un insulto, che loro trasformarono in marchio di fabbrica.
Erano tutti di Livorno: portuali, manovali, facchini, operai. Remavano su una barca pesante, senza la tecnologica delle grandi nazioni, in mezzo alla miseria nera della Livorno del ventennio fascista. In quel periodo tutto ciò che veniva da Livorno era guardato con sospetto dal regime, e la federazione cercò più volte pretesti per escluderli dai Giochi. Non ci riuscì. Quegli uomini partiti dalle banchine del porto, quasi senza istruzione, diventarono dodici volte campioni d’Italia, due volte campioni d’Europa, e addirittura due volte medaglia d’argento alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1932 e di Berlino nel 1936.
Non vinsero simulando, aggirando regole, cercando l’imbroglio. Vinsero con la forza delle braccia e la sincronia perfetta dei remi.
La contraddizione che non possiamo ignorare
A Livorno si respira aria di sport; siamo “sportivi”. Eppure questa stessa città, come il resto d’Italia, non è immune dalla cultura del “fare il furbo”. Dai genitori che si azzuffano sugli spalti durante una partita di minibasket dei loro figli, ai “tifosi” che trasformano la passione per la propria squadra in violenza, sopraffazione e scritte sui muri che deturpano la città che è anche la loro. Dalla stessa logica, cioè, che in campo si chiama simulazione e nella vita si chiama evasione fiscale, sopraffazione, raccomandazione, condono, spregio per la cosa comune.
Vale la pena ricordarlo. Perché Livorno ha una storia sportiva che parla di sacrificio, lealtà e rispetto delle regole. Una storia di cui andare fieri. Sarebbe un peccato tradirla, sugli spalti di un campo da basket o sopra un muro del centro città.