La Toscana è in movimento, ma la sua infrastruttura più strategica, la Fi-Pi-Li, continua a procedere con il freno tirato. Congestione, insicurezza, assenza di programmazione: un quadro ormai cronico che non sorprende più nessuno, ma che pesa come un macigno sul futuro della costa. Se l’arteria che unisce Firenze al mare è il cuore della mobilità regionale, allora per Livorno il suo battito irregolare è un rischio esistenziale.
Lo studio SAMPLE della Scuola Superiore Sant’Anna e della Camera di Commercio Toscana Nord-Ovest – pubblicato a dicembre 2025 – ha confermato ciò che cittadini e imprese percepiscono da anni: il “Business as Usual”, lo status quo, non è solo inefficiente. È insostenibile. Ma mentre le analisi si susseguono, le decisioni arrancano. E proprio questo immobilismo, più della mancanza di fondi o dei ritardi tecnici, rappresenta la minaccia più grande per la competitività della nostra città.
Livorno vive – e potrebbe vivere molto meglio – di intermodalità. È vocata allo scambio merci: porto, interporto Vespucci, logistica di prossimità e un tessuto industriale che ha bisogno di connessioni veloci, affidabili e sostenibili. Ma come può funzionare un sistema basato sull’integrazione se il suo principale corridoio viabilistico è strutturalmente fragile?
La dipendenza dalla Fi-Pi-Li è totale. A ogni incidente, a ogni restringimento, a ogni cantiere improvvisato che si trasforma in paralisi, Livorno perde produttività, competitività e credibilità. Non è solo un problema di autotrasporto: è un freno all’occupazione, all’attrattività per nuovi investimenti, alla capacità di generare lavoro nel settore portuale e logistico.
Un porto moderno non si misura solo dalle sue banchine, ma soprattutto da come ci si arriva e da come se ne esce. E oggi Livorno paga un deficit infrastrutturale che non è più episodico: è sistemico.
Lo studio Sant’Anna ha messo in evidenza un aspetto che la politica sembra ancora faticare a cogliere: i giovani – specialmente gli under 40 qualificati, quelli che dovrebbero essere protagonisti della nuova economia toscana – non vogliono una Fi-Pi-Li più larga, vogliono una Toscana più intelligente.
Trasporto pubblico, ciclabilità, integrazione ferro-gomma. Soluzioni che ampliano le possibilità invece di cristallizzare modelli del passato. Il 70% di accettabilità dello scenario contestuale tra le fasce più innovative della popolazione è un dato enorme, che dovrebbe orientare la strategia regionale.
E invece il dibattito resta polarizzato: terza corsia sì, terza corsia no. Un aut aut che fotografa la povertà di visione più che la complessità del problema. Mentre le imprese chiedono efficienza, mentre le nuove generazioni chiedono modernità, la Toscana rischia di rimanere prigioniera di scelte monodimensionali. Per Livorno, questa lentezza culturale è ancora più pericolosa. Perché qui la transizione non è un vezzo: è necessaria per sopravvivere nel mercato globale.
Il Presidente Giani ha annunciato la costituzione della nuova Toscana Strade Spa e un primo piano di investimenti. Bene. Anzi: era ora. Ma se questa governance non sarà accompagnata da un cronoprogramma stringente, da una visione plurimodale e da un approccio non emergenziale, rischierà di essere l’ennesima promessa infrastrutturale finita in un cassetto.
L’allargamento del tratto Firenze Scandicci–Lastra a Signa, finanziato con 10 milioni di euro, è importante ma non sufficiente. Livorno ha bisogno di una strategia che vada oltre la logica della “toppa sul buco”, ma che realizzi sulla base di una programmazione pluriennale certa e progressiva nel tempo collegamenti ferroviari efficaci tra porto, interporto e hinterland regionale, intermodalità realizzata, digitalizzazione dei flussi logistici, manutenzione programmata, politiche di smart mobility per alleggerire il traffico pendolare, un modello economico stabile, non dipendente da pedaggi improvvisati e compensativi sui Tir.
Senza questo scenario, Toscana Strade Spa sarà soltanto un nuovo acronimo nella lunga lista di strutture nate per governare ciò che non è mai stato davvero governato. Il vero tema è politico, prima che tecnico: la Toscana vuole essere un corridoio che si ingorga o un territorio che connette?
Livorno può essere molto di più di un porto che sopravvive ai rallentamenti della Fi-Pi-Li. Può diventare il perno di un sistema logistico moderno, sostenibile e competitivo a livello europeo. Ma per farlo serve una scelta di campo: riconoscere che il tempo dell’attesa è finito.
Ogni anno di immobilismo costa in termini di traffico e congestione cronica, emissioni evitate altrove ma scaricate sulla costa, opportunità mancate per startup, imprese e ricerca, minore capacità di attrarre giovani e talenti, perdita di ruolo nei traffici mediterranei, sempre più contesi. Livorno non può permettersi di vivere in un presente congelato mentre il resto d’Europa corre sulle sue reti TEN-T.
La Fi-Pi-Li non è solo un’infrastruttura: è il simbolo della volontà della Toscana di guardare avanti. E se questa infrastruttura resta ferma, anche la regione resta ferma. Livorno lo sente più di tutti, perché ogni camion fermo in coda è un pezzo di economia che rallenta. Ogni giorno perso è una possibilità che non si recupera.
Occorre un salto di qualità: investimenti certi, soluzioni multimodali, coraggio politico. Non un’altra analisi, non un’altra conferenza, ma un piano operativo che trasformi davvero il rapporto fra porto, territorio e mobilità. La costa toscana può tornare protagonista solo se la sua principale arteria smette di soffocarla. La scelta è adesso: o si sbloccano le infrastrutture, o si blocca il futuro.