Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sul futuro dei Fossi di Livorno ha conosciuto un’accelerazione significativa grazie a due interventi apparsi sulle pagine de Il Tirreno: quello dello storico Maurizio Bettini (21 febbraio) e, il giorno successivo, quello del Presidente Matteo Gariglio.
Due contributi diversi per ruolo e prospettiva, ma profondamente convergenti nell’analisi e nelle proposte. Entrambi riconoscono che il destino del waterfront livornese non può essere disgiunto da quello del sistema dei fossi cittadini, e che la sfida oggi non è solo urbanistica o funzionale, bensì identitaria.
Successivi interventi sui Fossi sono stati fatti anche dal Sindaco Salvetti e dal Prefetto Dionisi.
Il quadro: la trasformazione del waterfront
L’intervento di Bettini prende le mosse dalla notizia dell’imminente riqualificazione del Porto Mediceo e delle aree limitrofe da parte di Porta a Mare S.p.A., con un investimento di circa 20 milioni di euro articolato in tre lotti. L’operazione si inserisce nel più ampio processo di trasformazione del fronte mare che va da Porta a Mare fino alla Fortezza Vecchia, dove è già in corso il progetto “Parco Fortezza”.
Siamo di fronte a un passaggio cruciale per Livorno: un ridisegno complessivo del rapporto tra porto e città, concepito – come sottolinea Bettini – secondo una visione mediterranea, capace di integrare funzioni e spazi, evitando quelle cesure tra porto e tessuto urbano che in altri contesti europei hanno prodotto fratture difficilmente ricomponibili.
Il ripristino dell’acquaticità della Fortezza Vecchia e la valorizzazione del suo legame con il quartiere Venezia non rappresentano soltanto un recupero storico, ma un atto di coerenza urbanistica. L’acqua, elemento fondativo della città medicea, torna ad essere infrastruttura identitaria e non semplice sfondo scenografico.
Ed è proprio qui che l’analisi si fa più stringente.
Il nodo irrisolto: il sistema dei fossi
Lo storico Bettini individua con chiarezza il punto critico: il grande progetto di riqualificazione del waterfront rischia di perdere coerenza se non affronta in modo strutturale la condizione attuale dei fossi cittadini.
Non si tratta di un dettaglio marginale. Il sistema dei fossi, nato con funzione militare all’interno del disegno del Pentagono del Buontalenti, trasformato poi in rete commerciale a servizio del porto deposito e infine in elemento turistico e paesaggistico, costituisce uno dei tratti più distintivi dell’identità urbana livornese.
Oggi, tuttavia, questo reticolo vive in una condizione di sospensione amministrativa e gestionale: competenze frammentate, manutenzione discontinua, responsabilità non sempre chiaramente coordinate. L’accordo siglato nel maggio 2024 tra Comune e Autorità di Sistema per la manutenzione e pulizia degli scalandroni è certamente un passo avanti, ma – come osserva Bettini – non risolve la questione strutturale.
Il Documento di programmazione strategica di sistema non richiama espressamente i fossi, mentre il Piano Operativo comunale 2025 li definisce “infrastruttura storica”, “elemento identitario e paesaggistico” e “area soggetta a tutela”. È proprio questo riconoscimento formale che rende urgente una riflessione: se si tratta di un’area tutelata, non è forse necessario dotarsi di un modello di gestione adeguato alla sua complessità?
La proposta è chiara: elaborare un nuovo modello di gestione unitario tra Comune e Autorità Portuale, capace di superare la frammentazione e garantire manutenzione costante, valorizzazione e riqualificazione.
La conferma istituzionale
L’intervento del Presidente Gariglio, pubblicato il 22 febbraio, assume un valore particolare perché proviene dall’istituzione che, insieme al Comune, è chiamata ad avere un ruolo decisivo nella governance dei fossi.
Gariglio richiama più volte l’analisi di Bettini, riconoscendone la lucidità e la profondità storica. Non si tratta di un semplice apprezzamento formale: è la conferma che la diagnosi proposta dallo storico coglie un nodo reale e condiviso anche a livello istituzionale.
Ancora più rilevante è il fatto che il Presidente rafforzi l’idea di un modello gestionale unitario come strumento efficace per superare quella fase di declino che si protrae dagli anni Sessanta del Novecento, quando i fossi persero definitivamente la loro funzione portuale e non furono accompagnati da un progetto organico di riconversione.
Il messaggio è chiaro: la valorizzazione dei fossi non è un tema nostalgico o esclusivamente culturale, ma un tassello strategico nel governo del territorio. E, soprattutto, è un progetto allo studio, non una suggestione astratta.
Una questione identitaria, non solo tecnica
Ciò che emerge con forza dalla lettura congiunta dei due articoli è la consapevolezza che il tema dei fossi non possa essere relegato a una questione tecnica di dragaggi, pulizia o arredi urbani.
È in gioco la coerenza complessiva della trasformazione del fronte d’acqua. Da un lato, un waterfront moderno, riqualificato, capace di attrarre investimenti e flussi turistici; dall’altro, il perimetro urbano storico del Pentagono che rischia di apparire in perdita di qualità.
Basta affacciarsi lungo i fossi per cogliere questo scarto: fichi selvatici che crescono tra le murature, tratti di mura storiche crollate sotto la Chiesa degli Olandesi, ormeggi abusivi tollerati sotto gli occhi di tutti – enti compresi – scale in alluminio imbullonate alle spallette per l’uso esclusivo di singoli posti barca, contenitori di plastica fissati alle mure medicee come fossero pertinenze private.
È un’immagine che stride con l’idea di tutela e con la definizione stessa dei fossi come “infrastruttura storica” e “area identitaria”. Colpisce soprattutto il contrasto tra la professionalità di molti operatori della pesca e della nautica, capaci e radicati nella tradizione marinara, e la scarsa attenzione – in alcuni casi, non in tutti per fortuna – verso il rispetto di beni comuni che appartengono alla storia collettiva della città.
Non si tratta di demonizzare comportamenti individuali, ma di riconoscere che l’assenza di un presidio gestionale chiaro e continuativo genera inevitabilmente occupazioni improprie, adattamenti spontanei e una progressiva banalizzazione dello spazio pubblico. È proprio qui che la questione diventa sistemica: senza un governo unitario e autorevole, anche il più ambizioso progetto sul waterfront rischia di riflettersi in uno specchio opaco.
Se il porto torna a dialogare con la città, anche l’acqua interna deve tornare a essere parte viva di quel dialogo. Diversamente, si produrrebbe una discontinuità visiva e funzionale che contraddirebbe l’impostazione stessa del progetto mediterraneo evocato da Bettini.
La sfida, dunque, è integrare la rigenerazione del fronte mare con una rigenerazione “interna”, capace di estendersi nel tessuto urbano consolidato. È un’operazione che richiede visione, coordinamento istituzionale e continuità amministrativa.
Un’occasione storica
È giusto complimentarsi con Maurizio Bettini per aver saputo inquadrare il problema con rigore storico e chiarezza civile. Il suo intervento non si limita alla denuncia di una criticità, ma offre una prospettiva concreta, fondata sulla conoscenza delle radici urbane di Livorno.
Allo stesso tempo, è significativo e incoraggiante che il Presidente Gariglio abbia raccolto e rilanciato quei contenuti, confermando che la proposta di un modello gestionale unitario tra Comune e Autorità Portuale non solo è condivisa, ma è oggetto di attenzione e approfondimento.
Quando analisi culturale e responsabilità istituzionale si incontrano su un terreno comune, si crea una condizione favorevole per trasformare il dibattito in progetto.
Guardare avanti
Livorno si trova oggi di fronte a un passaggio decisivo. La riqualificazione del Porto Mediceo e della Fortezza Vecchia rappresenta un’opportunità straordinaria. Ma perché questa trasformazione sia davvero compiuta, deve includere il sistema dei fossi come parte integrante e non accessoria.
Ricostruire un modello gestionale unitario significa restituire coerenza al rapporto tra porto, acqua e città. Significa riconoscere che l’identità livornese non è un’eredità immobile, ma un patrimonio dinamico che può essere rigenerato attraverso scelte lungimiranti.
Gli articoli di Bettini e Gariglio indicano una direzione chiara: superare frammentazioni e inerzie, valorizzare le competenze condivise, trasformare un momento di criticità in un’occasione di rilancio.
Se questa convergenza saprà tradursi in atti concreti, il sistema dei fossi potrà tornare ad essere ciò che è stato nei secoli: non un problema da gestire, ma una risorsa da vivere.