giovedì, Luglio 9, 2026

L’eleganza di un leader: quel giorno che incontrammo Igor Protti all’aeroporto.

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Ci sono incontri che non hanno bisogno di grandi discorsi per diventare indimenticabili. Ti lasciano addosso una sensazione precisa, un calore che il tempo non scalfisce, nemmeno quando quel tempo decide di portarsi via i protagonisti. Oggi che Igor non c’è più, quel ricordo mi torna a galla con la forza di un cammeo di grazia pura, un attimo di straordinaria normalità e di bellezza in mezzo a tanto, troppo caos quotidiano.

Siamo a Pisa, all’aeroporto, che è il posto dove anche lavoro. Insieme a me c’è Francesca, la mia collaboratrice e il mio collega di sempre – che è anche il mio amico d’infanzia – Gabriele. Per noi due, nati e cresciuti a Livorno, appassionati di calcio e con il mito dell’amaranto, Igor Protti non è mai stato un semplice calciatore. È l’incarnazione del “calcio-poesia“, quello romantico di noi cinquantanovenni (o, aimè, quasi “sessantini”…), che ricordiamo ancora il Mundialito del ’78 in Argentina e che oggi fatichiamo a ritrovare. Protti è l’eroe della rinascita del Livorno, di un Livorno in coppa Uefa, quello della epica rete di Treviso, quello dell’ultimo gol in carriera segnato di testa – proprio davanti a me all’Armando Picchi – alla Juventus dello scudetto. Il Capocannoniere, il Capitano, la bandiera indiscussa.

Ma quel giorno, davanti a noi, non c’era l’icona da stadio. C’era l’uomo. Era solo, in area partenze, fermo a guardare il tabellone delle informazioni dei voli, in attesa forse di partire anche lui. In un aeroporto la gente corre, ha fretta, incrocia gli sguardi senza vedersi. Noi invece lo abbiamo visto benissimo. E l’abbiamo subito riconosciuto. Impossibile non riconoscerlo. Ci siamo guardati e, senza pensarci due volte, siamo tornati due bambini davanti al loro idolo e ci siamo avvicinati. E …Non potevamo dargli del “lei”. A Re Igor si parla col cuore in mano. «Igor, come stai?» Ci siamo presentati, abbiamo rotto il ghiaccio. Chiunque altro, interrotto nei propri pensieri prima di un viaggio, avrebbe mostrato un briciolo di fastidio.

Lui no.

Ci ha accolti con una voce sommessa, una pacatezza e un’eleganza d’altri tempi che hanno azzerato di colpo il rumore dei trolley e degli annunci degli altoparlanti. Se mi chiedete oggi di cosa abbiamo parlato di preciso – se della squadra, del Livorno o del futuro del calcio italiano – onestamente non lo ricordo. Il ricordo profondo è intimo, non legato alla cronaca delle parole. Di un vero leader ti rimangono impresse altre cose: il modo in cui ti guarda, come si pone, l’energia che emana.

Igor emanava leadership da tutti i pori. Ma non quella urlata o presuntuosa a cui siamo abituati oggi; il suo era un carisma ed una leadership concreta, credibile, immensa proprio perché incredibilmente semplice. Parlava con quel suo splendido accento romagnolo, stringendoci la mano e regalandoci, in un aeroporto toscano, quel senso di complicità totale, quel sentirsi “livornesi insieme” anche se lui in quella città ci era arrivato prima da ”bimbo” poi da gigante e ci era rimasto per scelta d’amore.

Prima di salutarci, Francesca – pisana, ma pienamente comprensiva del nostro momento, visto che Igor è sempre stato “oltre” e mai divisivo – ci ha scattato l’immancabile foto insieme. Una cortesia che ci ha concesso con una naturalezza disarmante, la stessa che lo ha sempre contraddistinto con chiunque lo accostasse per strada. Ad oggi, Francesca ricorda ancora la luce di entusiasmo ed emozione profonda che brillava nei miei, nei nostri occhi durante e dopo quell’episodio.

Cosa resta di quell’incontro semplice, durato pochi attimi? Mi porto dietro la consapevolezza di aver stretto la mano a una brava persona, a una persona educata e buona, prima ancora che al campione, all’idolo dello stadio o al re del gol. Del resto per certe persone parla la storia, parlano i fatti, parla la coerenza totale tra l’atleta e l’uomo, l’etica e, soprattutto, la passione.

E la passione, l’amore, l’energia pulita… Igor ce l’aveva bruciante, in quegli occhi. Anche quella mattina. In aeroporto. Occhi che ancora oggi, nel ricordarlo, porto dentro di me. Vorrei trovare ancora, oggi, quegli occhi, quello sguardo, quella credibile semplicità, quella educazione e quella eleganza in coloro che si proclamano “leader”. Vorrei che ancora ci fosse un briciolo di poesia e di calore in una stretta di mano, in un contatto visivo, in una parola detta con il cuore. E questo, trovarlo sia nel campione di calcio, sia nel vicino di casa, sia nel leader che può decidere le sorti dell’umanità.

Che poi, se ci riflettiamo bene, è roba semplice, roba da esseri umani: niente di trascendentale… E allora, forse sì, il mondo sarebbe davvero un posto migliore.

…Buon viaggio, Capitano. Ci mancherai.

Francesco Belliti
Francesco Belliti
Francesco Belliti è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa. Lavora da oltre 25 anni in contesti multinazionali di vari settori industriali. Dopo una lunga esperienza nel settore delle Risorse Umane, oggi è dirigente nella Società Toscana Aeroporti Spa, ricoprendo il ruolo di legal procurement, responsabile gare e appalti. E’ inoltre RSPP in Toscana Aeroporti e Coordinatore del gruppo nazionale salute e sicurezza sul lavoro di Assaeroporti. Formatore e “coach” professionale, ama profondamente Livorno, le sue peculiarità ed il suo anticonformismo, cercando di contribuire - insieme a Livorno Futura - ad una sua ulteriore evoluzione culturale e valoriale con riflessioni e contaminazioni di pensiero trasversale.

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