martedì, Giugno 23, 2026

Per ogni piazza che muore

Condividi

Un elogio per Piazza XX Settembre

È bene dirlo fin dall’inizio: quello che state per leggere è una sorta di elogio funebre, e se per voi non è il momento adatto per affrontare certi argomenti, siete liberi di fermarvi qui.

Nessun rancore.

Mi rendo conto di quanto suoni strano scrivere in questi termini di qualcosa che non sia un essere vivente, ma in fin dei conti un elogio funebre serve soprattutto a onorare un amore o un affetto che sono venuti a mancare, e se una parte dei nostri sentimenti si riversa inevitabilmente sulla città in cui viviamo, allora forse abbiamo il diritto di commemorare anche in questo modo i luoghi che sentiamo scomparsi.

Siamo dunque oggi qui riuniti per commemorare Piazza XX Settembre, nata nella prima metà dell’Ottocento nell’ambito del processo di espansione della città oltre le fortificazioni medicee, e oggi ormai defunta dopo una lunga agonia iniziata nel luglio del 2009.

Va comunque detto, per amore di verità, che la sua vita è stata lunga, onorevole e densa di avvenimenti caratterizzanti. Prima della sua nascita, fino alla fine del Settecento, quest’area si trovava all’esterno della città fortificata, lungo il margine del Fosso Reale. Dunque, perché fu costruita una nuova piazza, e soprattutto perché proprio in quel punto? La risposta risiede nell’edificazione della Chiesa di San Benedetto, eretta intorno al 1818 in seguito ad un lascito privato. La presenza di questa nuova chiesa, infatti, rese necessario organizzarne lo spazio antistante. In una prima fase, nel 1819, Pasquale Poccianti propose una piazza più raccolta e proporzionata alla facciata dell’edificio, ma nel 1827 l’amministrazione cittadina incaricò l’ingegnere della Comunità (forse Cambray Digny) di elaborare una soluzione in cui la piazza venisse ampliata fino all’attuale via Mentana e assumesse la forma di un grande spazio alberato lineare. All’epoca la città non aveva necessità di una piazza monumentale isolata, bensì di un tassello da inserire in un sistema urbanistico ottocentesco di concezione più ampia, basato su grandi assi rettilinei, piazze alberate e continuità tra spazio pubblico e funzioni commerciali, sull’onda lunga dei grandi progetti europei.

Nel corso dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento Piazza XX Settembre mantenne un ruolo importante nei flussi urbani cittadini grazie alla vicinanza con le principali direttrici commerciali del centro e la sua vita, tutto sommato, proseguì senza particolari scossoni fino a che, nel secondo dopoguerra, incorse in qualcosa di imprevedibile: in una Livorno ancora provata dai bombardamenti e dalle difficoltà di quegli anni, la presenza delle truppe alleate favorì il commercio spontaneo di abbigliamento, oggetti di recupero e merci provenienti dall’ambiente militare statunitense. Piazza XX Settembre, all’epoca nodo importante del centro cittadino e vicina al Mercato Centrale, diventò presto uno dei luoghi principali di questo commercio popolare, e quelli che inizialmente erano semplici banchi temporanei si trasformarono rapidamente in strutture più stabili, fino a occupare gran parte dello spazio.

Negli anni Cinquanta e Sessanta il “Mercatino Americano” era ormai parte integrante della vita urbana livornese e, sull’onda dell’entusiasmo, mantenne questo ruolo fino agli anni ’90, periodo in cui entrò progressivamente in crisi: gli spazi cominciarono a essere letti come critici, il modello di consumo si modificò e crebbe il dibattito sulla necessità di restituire lo spazio alla città.

Negli anni Duemila, quindi, l’amministrazione avviò il percorso di trasferimento del mercato: nel luglio 2009 le attività commerciali vennero dislocate nell’area della Stazione Marittima e iniziarono le operazioni di smantellamento delle strutture presenti in piazza, effettuate con la convinzione di aver operato una scelta urbanistica corretta visto che, dopo oltre sessant’anni, lo spazio recuperava la sua configurazione storica originale. Ma mentre altrove si brindava al risultato ottenuto, la piazza, in silenzio, iniziava la sua lunga agonia e dopo 17 anni, in questa calda primavera del 2026, con grande dolore dobbiamo constatarne il decesso: le attività ai bordi sono ormai chiuse, salvo pochi eroici resistenti, e la fragilità sociale sembra abbia preso il sopravvento, in un’atmosfera di desolazione imperante.

Il risultato della doverosa autopsia che ci accingiamo a operare ci racconta che la piazza è stata liberata da strutture obsolete, certo, ma è mancato un progetto complessivo sulla sua funzione quotidiana. Non è stata costruita una politica stabile per le attività ai bordi, per i locali sfitti e sulla relazione tra la piazza e il resto del centro cittadino. Lo spazio ha cambiato forma, ma il sistema che avrebbe dovuto sostenerlo è rimasto sostanzialmente invariato.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda la posizione della piazza all’interno del sistema urbano attuale, visto che si colloca in una condizione di marginalità rispetto ai principali flussi pedonali del centro. Le teorie di configurazione spaziale mostrano infatti come la vitalità urbana dipenda in larga misura dalla capacità di uno spazio di intercettare i percorsi naturali di movimento in assenza dei quali, purtroppo, le piazze tendono a funzionare come uno spazio di attraversamento debole o di permanenza occasionale. A questo si aggiunge il contesto sociale, visto che l’area presenta criticità diffuse: fragilità economica, presenza di popolazione con bisogni complessi e dinamiche di uso poco strutturato dello spazio pubblico.

Il quadro clinico della nostra amata piazza è dunque complesso, ed è difficile assistere alla fine di uno spazio di fascinosa derivazione europea, dotato di proporzioni armoniose seppur nella grande dimensione e ombreggiato dai grandi platani che lo presidiano con saggezza, donando una frescura persa altrove con grandissimo e urlato rammarico.

Non sarebbe meraviglioso poter rianimare questo luogo? La possibilità esiste e una terapia adeguata potrebbe ottenere grandi risultati. Il nodo centrale da affrontare sarebbe in via primaria quello dei bordi, perché in Piazza XX Settembre il rapporto tra interno ed esterno è stato largamente perduto. La teoria urbanistica indica con chiarezza che la vitalità di uno spazio pubblico dipende dalle attività al piano terra. Infatti vetrine attive, ingressi frequenti e funzioni diversificate producono presenza continua, mentre i locali chiusi o le attività monotematiche riducono l’intensità d’uso e la qualità dello spazio. In questo quadro si colloca anche il tema dei “dehors”,  gli spazi esterni attrezzati degli esercizi commerciali, perché la soglia che si costituisce tra l’interno di un locale e lo spazio pubblico rappresenta un elemento progettuale decisivo. Infatti i locali definiti “permeabili” possono estendere la vita interna verso la piazza e aumentare la permanenza e la visibilità, contrariamente a soluzioni chiuse che producono frammentazione e riducono la continuità.

Non si tratta, come si vede, di una cura impossibile: altrove ci si è riusciti con risultati sorprendenti. Se ci permettiamo di sbirciare il modello francese, per esempio, osserviamo che la qualità delle piazze è costruita attraverso politiche attive proprio sui piani terra. Le amministrazioni regolano il mix commerciale limitando la concentrazione di alcune categorie, sostenendo le attività considerate rilevanti e, utilizzando strumenti come il diritto di prelazione, intervenendo sul mercato immobiliare attraverso società pubbliche dedicate che acquisiscono i locali e li rimettono sul mercato con funzioni coerenti con il contesto urbano. Il nocciolo della questione è che “il bordo” deve essere trattato come un’infrastruttura, non come un risultato spontaneo, e questo sistema consente di mantenere diversificazione e continuità d’uso. È un approccio che richiede risorse, ovviamente, unite a una grande stabilità amministrativa, e la sua replicabilità diretta in contesti italiani può essere difficoltosa, ma i principi restano validi e di sicura ispirazione in un contesto virtuoso.

Riassumendo, come possiamo rianimare la nostra piazza? Impariamo da chi lo ha fatto prima di noi e concentriamoci sui bordi nel favorire un mix commerciale più equilibrato, sull’incentivare il riuso dei locali sfitti e sul costruire una gestione coordinata dell’area. L’organizzazione di mercati temporanei, piccoli eventi e attività culturali potranno accompagnare questo percorso, ma non sostituirlo. Nessun intervento, preso singolarmente, sarebbe sufficiente: i risultati arrivano solo dalla combinazione di più azioni coerenti nel tempo. La questione dei flussi, invece, è tutta un’altra storia: Piazza XX Settembre deve acquisire funzioni complementari e diverse rispetto al centro più attivo, costruendo nuovi motivi per essere attraversata e frequentata. Chiediamoci per esempio a quali nuove funzioni potrebbe essere destinata, e da quali caratteristiche potrebbe essere identificata. Si potrebbe anche scoprire che i suoi grandi spazi possono assorbire attività serali oggi concentrate in zone più fragili del centro, riducendo pressione e conflitti urbani, oppure ospitare altre attività al momento esiliate in aree meno vocate e affascinanti.

Basterà dunque questa cura a riportare in vita quello che sembra ormai perduto? Noi siamo fiduciosi, e la prescrizione si conclude qui, consapevoli che è stata redatta da un medico un po’ sognatore su un ricettario fatto di visioni e di speranze. Non possiamo ignorare come per ogni piazza che muore emerga una comunità più sola, più fragile e foriera di criticità difficili da gestire. Per ogni piazza che muore, però, esiste anche la possibilità, più difficile e meno immediata, che la città decida di tornare a prendersene cura e ad attraversarne il vuoto a testa alta.

Piazza XX settembre: come potrebbe diventare

Erika Bartoli
Erika Bartoli
Erika Bartoli, architetto, è socia dello studio Casalini Bartoli Architetti. Svolge attività di progettazione architettonica e pianificazione territoriale in Italia e all’estero, occupandosi di interventi che spaziano dalle ristrutturazioni di interni a progetti su larga scala. Da sempre interessata ai temi della città e dell’abitare, si occupa di progetti residenziali, commerciali e di sviluppo urbanistico.

Leggi altro