Il Tirreno, 28 ottobre 2026
A trentadue anni di distanza dalla sua inaugurazione, il Museo Giovanni Fattori di Villa Mimbelli ha compiuto adesso, grazie alla totale revisione degli ambienti – delle superfici espositive anzitutto, ma anche delle componenti illuminotecniche – nonché in virtù del nuovo allestimento voluto dal Direttore Vincenzo Farinella, quel salto di qualità che proietta lo spazio livornese nel novero delle gallerie d’arte nazionali, per rigore espositivo e scientifico.
Certamente, con nostalgia, porteremo nella memoria – noi tutti che l’apertura del 1994 la vivemmo con entusiasmo – quell’aspetto domestico e accogliente, da raccolta civica di provincia, che ebbe modo, nel tempo, di farci affezionare alle vecchie sale della villa come ai suoi ambienti più eleganti, anche grazie ad una serie di eventi d’eccezione che al Fattori si tennero nei primi suoi dieci anni di vita, quali le mostre antologiche di Ghiglia, Nomellini e Corcos, fino a quelle di Benvenuti e di Ferroni che precedettero l’apertura e l’uso – per i progetti temporanei – degli attigui Granai. Ma, nonostante gli affetti, l’ammodernamento degli ambienti e un riallestimento scientificamente aggiornato della collezione erano, negli ultimi anni, divenuti ineludibili, e oggi possimo affermare che il risultato ottenuto difficilmente poteva essere immaginato migliore, almeno dovendosi limitare all’utilizzo del corpo centrale della villa.
La collezione si presenta infatti, ora, con un passo nuovo e, soprattutto, con un percorso cronologico ineccepibile, salendo organicamente dal piano terra al primo ed al secondo. Si parte correttamente ancora con Pollastrini – ma adeguatamente presentato a parete – per scoprire l’opera di Fattori con accuratezza e puntualità scientifica, grazie alle quattro sale esclusive dedicategli, ordinate per decenni con un respiro doveroso. Si libera, giustamente, il salone degli specchi e si organizzano, per nuclei, i lavori di Nomellini, di Corcos e – finalmente – di Cappiello, riesumato dai magazzini, così come le allegorie del lavoro di Adolfo Tommasi. Il percorso e tutti gli abbinamenti sono sensati, anche se la limitatezza degli spazi ha portato ad alcuni sacrifici che avremmo preferito veder evitati: su tutti la rinuncia ad una sala dedicata a Gabriele Gabrielli, autore ingiustamente poco noto del quale le collezioni civiche vantano un rarissimo nucleo di lavori di assoluto spessore.
Se è impossibile allora non tessere lodi sincere per questo risultato, va anche tuttavia sottolineato come il precedente allestimento, caotico fino talvolta alla mancanza di senso (che diventava pressoché totale sotto il profilo cronologico), finisse con l’occultare – se non ad una attentissima analisi – le lacune della collezione che emergono invece adesso con chiarezza. Lacune negli anni mai colmate in mancanza di un direttore scientifico capace di dare indicazioni in merito, e che non potevano essere di competenza dei pur validi direttori amministrativi che si sono succeduti nel tempo quali ‘facenti funzione”.
Salta infatti all’occhio, per esempio, l’assenza di opere significative di Lega e Signorini (potendo contare soltanto due piccoli e modesti pezzi certo insufficienti a contestualizzare l’opera di Fattori all’interno della Scuola Macchiaiola); come pure la debolezza della sala dedicata ora ai Divisionisti, priva di opere significative di Lloyd, Benvenuti e Baracchini Caputi; o la mancanza, nella sezione successiva, di almeno un’opera tra quelle capitali di Mario Puccini, ispiratore della cosiddetta Scuola Labronica. Eppure, un attenzionamento del mercato e una disponibilità peraltro modesta di denaro avrebbero consentito – in questi decenni – di arricchire e completare la collezione in maniera puntuale e qualificante. Basti pensare a opere che negli ultimi venti anni hanno trovato altre collocazioni, come “Ritorno dai campi” di Lloyd, acquistato dalla Fondazione Livorno; “Sole d’aprile” di Alfredo Müller, acquisito dalla Pinacoteca Divisionismo di Tortona; o il grande panello realizzato da Mario Puccini per il Caffè Bardi, raffigurante il Lazzetto di San Jacopo, terminato ancora una volta in una collezione privata.
Con Farinella, i Musei livornesi hanno adesso il miglior Direttore Scientifico possibile e nessuno più di lui sa quali opere sarebbero necessarie e meritevoli al fine di rendere il Museo Fattori il miglior testimone non soltanto dell’opera del Maestro del quale porta il nome ma dell’intera sua eredità pittorica, poetica e culturale, che ne discende con esiti altissimi e degni di essere attenzionati, divulgati e tramandati.