(Il Tirreno, 9 settembre 2026) Tra i più pregevoli e identitari elementi di arredo urbano della nostra città figurano i grandi candelabri in ghisa in stile Liberty di Piazza della Vittoria, della Terrazza Mascagni e di Piazza Dante. In particolare questi ultimi, nove grandi unità a tre luci, fusi nel 1910 dalla Fonderia del Pignone di Firenze e altri venti elementi di poco successivi, provenienti dalla stessa fonderia e collocati nelle vie di accesso alla Stazione, mancano dalle loro sedi dal settembre 2024, smontati, come si legge sul sito del Comune di Livorno, al fine di provvedere alla manutenzione e la “completa riqualificazione” secondo un intervento descritto con puntualità e ineccepibile dovizia di particolari, anche in virtù della riconosciuta “importanza del parco dei pali in ghisa”. Il recente annuncio da parte della nostra amministrazione di un imminente inizio lavori volti alla realizzazione di una nuova e moderna illuminazione della rotatoria di Piazza Dante fa dunque sperare che, nel più breve tempo possibile, anche i ventinove ultracentenari candelabri tornino ad ornare la bella area alberata e a dialogare con le architetture della nostra pregevole Stazione Ferroviaria. Tuttavia, al momento, nessuna comunicazione in merito è stata fornita e la sostituzione – nel silenzio generale – dell’ntera serie di piccoli lampioni in stile nei controviali del Viale Carducci con moderni ed esteticamente discutibili elementi a due luci (sicuramente più funzionali ma decisamente inadatti al contesto), oltre a lasciare perplessi dà adito a temere un eventualmente inaccettabile cambio di programma anche per Piazza Dante.
E, d’altra parte, non può valere, nella cirocostanza, il “badalì” tipicamente livornese del “ma sono solo lampioni”, se soltanto si prende atto delle crescenti attenzioni riservate da architetti e designer al cosiddetto “arredo urbano”, testimoniante una visione oggi ampia dell’organismo cittadino e che spinge l’interesse un tempo riservato alle emergenze architettoniche verso gli elementi dimensionalmente minori presenti in piazze, strade e portici, secondo un agire che fu caratteristico già del secondo Ottocento e più ancora dei decenni contraddistinti dagli stili Art Nouveau/Liberty e Art Deco, compresa l’onda lunga di quest’ultimo, che si spinse ben oltre il termine del secondo conflitto mondiale.
L’arredo urbano è infatti oggi rilevante materia di studio nelle facoltà universitarie di architettura, disegno industriale e ingegneria, occupandosi della funzionalità e del disegno di qualsivoglia manufatto a destinazione pubblica che trovi collocazione nella città a complemento e – sarebbe assolutamente auspicabile – in relazione al contesto urbanistico e architettonico che debba accoglierlo.
Per questo motivo, il valore estetico dell’arredo urbano segna profondissimamente la qualità dello spazio cittadino, sino a divenire, nel tempo, parte determinante dell’identità culturale e storica di un luogo.
Ne sono un esempio le rosse cabine telefoniche inglesi, progettate da Giles Gilbert nel 1926 (il modello K2) e nel 1935 (il più diffuso K6), oggi vero e proprio simbolo del Regno Unito; o gli 86 ingressi in stile Art Nouveau (dei 141 originari) della metropolitana di Parigi, disegnati tra il 1900 e il 1913 da Hector Guimard e tutelati da tempo come preziosi monumenti nazionali.
Per questo motivo riteniamo adesso doverosa una risposta da parte della nostra amministrazione circa le tempistiche – perché vogliamo sperare che di una questione di tempo e non di sorte, si tratti – necessarie alla ricollocazione di questi storicamente e artisticamente preziosi elementi senza i quali Piazza Dante perde ogni legame con l’edificio della Stazione e, noi livornesi, un pregevolissimo lascito di coloro che ci hanno preceduti.