La torre è uno dei simboli più riconoscibili della costa livornese, incastonata in uno dei tratti più belli e fotografati del nostro territorio. Ma dietro questa immagine c’è un bene storico che da troppo tempo vive nel degrado e nell’abbandono.
Non stiamo parlando di un manufatto qualunque. La Torre di Calafuria appartiene alla storia del sistema difensivo costiero e del rapporto fra Livorno e il mare. È un bene pubblico dello Stato, sottoposto a tutela, che dovrebbe essere considerato una risorsa culturale della comunità e non semplicemente un immobile demaniale.
Un tentativo di trovare un soggetto interessato alla sua valorizzazione è stato fatto. L’Agenzia del Demanio ha inserito la torre in un bando di concessione agevolata rivolto agli enti del Terzo Settore, scaduto l’11 dicembre 2025. Il bando è andato deserto: troppe le incognite.
E adesso? La risposta non può essere: facciamo un altro bando e aspettiamo. È il momento di cambiare prospettiva. Livorno ha davanti due scelte: lasciare che il tempo consumi un pezzo della propria storia oppure costruire un progetto condiviso tra Comune, Stato, Regione e Soprintendenza.
In questi mesi si sono moltiplicati appelli, critiche e richieste di intervento. Noi vogliamo fare un passo in più: formulare una proposta. Anzi, due.
La prima è l’applicazione del cosiddetto federalismo culturale. Livorno ha già un precedente importante: la Fortezza Vecchia. Nel 2024 Comune, Demanio, Ministero della Cultura e Soprintendenza hanno sottoscritto l’Accordo di valorizzazione, tappa fondamentale del trasferimento del bene dallo Stato al Comune, con il contributo della Regione Toscana. Perché non verificare una strada analoga per Calafuria?
Naturalmente la Torre non è la Fortezza Vecchia – e non avrebbe senso copiarne il modello – ma appartiene alla medesima storia: quella delle fortificazioni e torri che per secoli hanno presidiato la costa livornese. Il Comune potrebbe chiedere formalmente al Demanio e al Ministero della Cultura l’apertura di un tavolo istituzionale, con Regione Toscana e Soprintendenza, per verificare un percorso di federalismo culturale e predisporre un vero Programma di Valorizzazione.
Il federalismo culturale potrebbe essere accompagnato da un secondo strumento: l’Art Bonus. Non è una parola magica né una raccolta fondi generica. Consente di sostenere con erogazioni liberali manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, con un credito d’imposta del 65 per cento della somma donata. La normativa permette inoltre di destinare le erogazioni ammesse anche a concessionari o affidatari del bene pubblico.
Perché, allora, non trasformare il salvataggio della Torre in un grande progetto di mecenatismo territoriale? Un progetto ufficiale e trasparente, con quadro economico, interventi individuati, obiettivi verificabili e una raccolta Art Bonus sul portale nazionale, aperta a imprese, fondazioni, operatori economici, associazioni e cittadini. La Torre diventerebbe così non soltanto un bene da restaurare, ma un bene intorno al quale costruire responsabilità e orgoglio collettivi.
Prima, però, occorre sapere quanto costa intervenire, quali lavori sono necessari e quali siano ammissibili sul piano tecnico e giuridico. Qui il ruolo della Soprintendenza è essenziale. La tutela non può essere separata dalla valorizzazione: prima vengono sicurezza, conservazione e restauro scientifico, poi il progetto di fruizione.
Il ruolo delle istituzioni deve essere chiaro. Il Demanio è il proprietario. Il Comune può assumere l’iniziativa politica e progettuale. La Regione può contribuire al quadro finanziario e territoriale. Soprintendenza e Ministero devono garantire tutela, indirizzo e autorizzazioni. Mondo economico e cittadinanza possono partecipare attraverso il mecenatismo. Non è una soluzione semplice, ma una strategia che non mette in alternativa pubblico e privato: li fa lavorare insieme.
Il fallimento del bando, paradossalmente, può essere un’occasione per ripensare il modello. Se non si è trovato un concessionario disposto a farsi carico della Torre, non significa che il bene sia privo di futuro. Forse occorre un progetto più ampio, nel quale la responsabilità pubblica preceda e accompagni quella privata.
La domanda è inevitabile: Livorno vuole provare a salvare la Torre di Calafuria oppure continuerà ad aspettare che sia qualcun altro a farlo? Non chiediamo un trasferimento automatico, né ci illudiamo che il federalismo culturale sia la soluzione definitiva. Chiediamo semplicemente che questa possibilità venga verificata in concreto. E, simultaneamente, che si verifichi la possibilità di costruire un progetto Art Bonus. Due strumenti diversi, un unico obiettivo.
Restituire alla città una Torre che non è soltanto dello Stato, né soltanto di Calafuria. È patrimonio della storia di Livorno. E la storia, quando rischia di andare perduta, non può essere lasciata in attesa del prossimo bando.