mercoledì, Settembre 23, 2026

Il regno del “bisognerebbe”.

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In questi giorni, leggendo, ascoltando, e concentrandomi sulle parole che sento pronunciare in tv, nei dibattiti o che vedo scritte sui giornali, mi è venuto da pensare e da riflettere. Le parole, del resto, sono importanti e sono il primo segnale di come ragioniamo, sia a livello individuale che collettivo.

C’è un luogo incantato che tutti frequentiamo, spesso senza accorgercene. È il regno del “bisognerebbe”. Un territorio vastissimo, popolato da amministratori, politici ma anche da esperti, commentatori e occasionali profeti del cambiamento facile.

Un luogo pieno di “Qui le strade andrebbero sistemate”, di “giovani valorizzati”, dove “il commercio o il turismo dovrebbe essere rilanciato”, il decoro urbano migliorato, la partecipazione incentivata e il futuro ripensato. Tutto rigorosamente al condizionale.

Nel regno del “bisognerebbe” accadono cose straordinarie. I problemi vengono individuati con assoluta precisione, le criticità evidenziate con grande competenza e le priorità elencate con dovizia di particolari. Quando però arriva il momento di spiegare come intervenire, chi deve fare cosa, con quali risorse, entro quali tempi e secondo quali indicatori di risultato, improvvisamente cala una nebbia fitta.

A governare questo mondo linguistico non sono le persone, ma i verbi impersonali. “Occorre intervenire”. “Si dovrà procedere”. “Andranno individuate soluzioni”. È una forma grammaticale affascinante: descrive un’azione senza mai identificare chi debba compierla. La responsabilità svanisce, si dissolve tra le pieghe della sintassi.

Accanto agli impersonali prosperano i gerundi eterni. “Lavorando in questa direzione”, “promuovendo il dialogo”, “favorendo sinergie”, “costruendo percorsi condivisi”. Gerundi che sembrano sospesi fuori dal tempo, come se l’azione fosse già in corso e al contempo non dovesse mai arrivare a una conclusione verificabile.

Viene in mente una celebre barzelletta resa immortale da Gigi Proietti. Un cliente entra nello studio dell’avvocato e chiede quanto costi una consulenza. L’avvocato risponde: “Tre domande, cento euro”. Il cliente, sorpreso, osserva che la cifra gli sembra eccessiva. E l’avvocato replica: “Può darsi. Qual è la terza domanda?”. Ecco, spesso il dibattito pubblico assomiglia a quella scena. Si descrive minuziosamente il problema, si individua perfino il responsabile, ma la terza domanda, quella decisiva, raramente viene posta: “Come?”. Come si realizza concretamente ciò che viene promesso? Con quali risorse? Con quali strumenti? Attraverso quali passaggi amministrativi? E soprattutto… Entro quando?

Poi esistono le parole passe-partout e che oggi devono – quasi necessariamente – trovare cittadinanza in ogni discorso: resilienza, sostenibilità, innovazione, valorizzazione, inclusività. Termini nobili e utilissimi, che tuttavia vengono, talvolta, utilizzati come quelle spezie che finiscono per coprire il sapore di ogni piatto. Del resto, più il concetto è generico, meno si corre il rischio di essere smentiti dai fatti.

Eppure la differenza tra la retorica e l’impegno è tutta qui. Dire bisognerebbe “riqualificare il parco” o “mantenere ed incrementare gli spazi verdi in città” è semplice. Dire invece “entro giugno finanzieremo la riqualificazione del parco pubblico con 300 mila euro, pubblicheremo il bando entro marzo e completeremo i lavori entro ottobre” (di un anno ben precisato, ovviamente…) è molto più impegnativo. Per una ragione evidente: nel secondo caso qualcuno ci mette la faccia e accetta il rischio di essere giudicato.

Forse la politica dovrebbe riscoprire il valore dei verbi in prima persona. “Faremo”, “realizzeremo”, “pubblicheremo”, “misureremo”. Parole meno eleganti, forse. Sicuramente più scomode. Ma infinitamente più utili e responsabilizzanti.

Ovviamente, questo avviene anche nelle amministrazioni comunali o regionali. Si privilegia ciò che si vede, ciò che può essere fotografato, inaugurato, raccontato sui social o mostrato nel notiziario locale. Una nuova panchina, una rotatoria, una mano di vernice, un taglio del nastro. Interventi che possono essere utili e perfino necessari, ma che rischiano di assorbire gran parte dell’attenzione pubblica. Molto meno visibili sono invece tutte le attività che consentono a una comunità di funzionare davvero: la manutenzione programmata, la prevenzione del dissesto idrogeologico (tra l’altro, siamo a circa dieci anni dai disastri dell’alluvione a Livorno), il controllo della qualità dei servizi, una pianificazione urbanistica attenta alle necessità del territorio e realmente “green”, l’analisi seria dei dati, il monitoraggio dei rischi, la verifica periodica dei risultati. Sono attività che non producono fotografie memorabili, ma spesso evitano problemi futuri e sprechi di denaro pubblico.

Anche perché i cittadini non hanno particolare bisogno di sentirsi ripetere che i problemi esistono: li conoscono già e spesso li hanno tutti i giorni sotto gli occhi. Quello che chiedono è sapere quali azioni verranno adottate, quali leve saranno utilizzate, quali risorse saranno impiegate e quali risultati saranno attesi. In altre parole, meno dichiarazioni d’intenti e più indicazioni di programma serie e tempificate.

Il cambiamento, dopotutto, non nasce da un condizionale ben coniugato. Nasce da una responsabilità assunta, da una data scritta nero su bianco e da qualcuno disposto a dire non ciò che “si dovrebbe fare”, ma ciò che farà. E magari, qualche volta, anche “entro quando”. Perché, in fin dei conti, la domanda che distingue gli slogan dai progetti non è “cosa?”. È sempre e soltanto “come?”. E lì, nel regno del “bisognerebbe”, le risposte diventano improvvisamente molto più rare.

Francesco Belliti
Francesco Belliti
Francesco Belliti è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa. Lavora da oltre 25 anni in contesti multinazionali di vari settori industriali. Dopo una lunga esperienza nel settore delle Risorse Umane, oggi è dirigente nella Società Toscana Aeroporti Spa, ricoprendo il ruolo di legal procurement, responsabile gare e appalti. E’ inoltre RSPP in Toscana Aeroporti e Coordinatore del gruppo nazionale salute e sicurezza sul lavoro di Assaeroporti. Formatore e “coach” professionale, ama profondamente Livorno, le sue peculiarità ed il suo anticonformismo, cercando di contribuire - insieme a Livorno Futura - ad una sua ulteriore evoluzione culturale e valoriale con riflessioni e contaminazioni di pensiero trasversale.

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