mercoledì, Settembre 23, 2026

Sull’acquedotto duale servono studi e numeri per capire il suo valore

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(Il Tirreno, 18/8/2026) Recentemente tornato al centro del dibattito cittadino, l’acquedotto duale di Livorno è un’infrastruttura ancora poco conosciuta che potrebbe assumere un ruolo importante nella gestione futura della risorsa idrica e che, proprio per questo, merita di essere approfondita.

Il principio su cui si basa è semplice: separare la rete potabile da una seconda rete destinata a usi come l’irrigazione, il lavaggio delle strade o alcune attività industriali, evitando così di utilizzare acqua potabile dove non è necessaria.

A Livorno la rete esiste già: pensata dal Comune nel 1905 e sviluppata dagli americani negli anni Quaranta, è storicamente alimentata dall’emissario del Bientina e destinata soprattutto all’area industriale.

La rete attraversa la città lungo un asse prevalentemente nord-sud, dal confine settentrionale fino all’area del lungomare, all’altezza di piazza Mazzini. C’è poi un dato particolarmente significativo nel Bilancio Asa 2025: il gestore documenta una rete duale già realizzata ma non ancora alimentata verso il lungomare e collega il completamento del sistema di distribuzione allo sviluppo dell’acquedotto portuale nell’area di Porta a Mare e Marina dei Medici aprendo prospettive interessanti proprio sul fronte dell’irrigazione. Non si tratta, quindi, di un’idea astratta.

È una infrastruttura esistente, monitorata e inserita anche nella pianificazione comunale proprio attraverso il Paesc, il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima, approvato dal Comune nel 2020 e che prevede il potenziamento dell’impianto di recupero delle acque e l’estensione dell’acquedotto industriale anche a servizio di parchi e verde pubblico, stimando una potenzialità di riuso irriguo di 5 milioni di metri cubi annui.

E un primo passo è stato fatto: nel 2023 Asa ha potenziato il trattamento terziario del Rivellino, successivamente autorizzato. Le obiezioni espresse sono reali: una seconda rete comporta costi, consumi energetici, manutenzione e un utilizzo potenzialmente stagionale. Ma a Livorno parte dell’infrastruttura esiste già e ridurre le perdite della rete potabile e sviluppare quella duale non sono strategie alternative: la prima evita di disperdere acqua, la seconda di utilizzarla dove non è necessaria. Non sarebbe un esperimento isolato, altre città europee utilizzano acque rigenerate dei depuratori per il verde e altri usi urbani e anche in Toscana, a Campiglia Marittima, le acque recuperate dal depuratore sono state destinate all’irrigazione.

Resta centrale la questione economica, ma per stabilire se l’acquedotto duale sia conveniente o meno servono dati: quanta rete può essere effettivamente recuperata, quali estensioni sarebbero necessarie, quali consumi energetici comporterebbe e, soprattutto, quanti metri cubi di acqua potabile potrebbero essere risparmiati.

La domanda da farci è: quanto vale oggi un’infrastruttura che potrebbe consentire domani di usare l’acqua in modo più razionale? In un futuro segnato da una crescente pressione sulla disponibilità idrica, amministrare una città significa anche progettare oltre l’emergenza.

Un acquedotto duale appartiene a questa prospettiva: differenziare le fonti, separare gli usi e destinare a ciascuna funzione l’acqua realmente necessaria.

Prima di decidere se investire, dunque, servono studi e numeri, ma una cosa è certa: a Livorno quell’altra acqua esiste e probabilmente è arrivato il momento di capire quanto potrebbe valere.

Erika Bartoli
Erika Bartoli
Erika Bartoli, architetto, è socia dello studio Casalini Bartoli Architetti. Svolge attività di progettazione architettonica e pianificazione territoriale in Italia e all’estero, occupandosi di interventi che spaziano dalle ristrutturazioni di interni a progetti su larga scala. Da sempre interessata ai temi della città e dell’abitare, si occupa di progetti residenziali, commerciali e di sviluppo urbanistico.

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