sabato, Agosto 8, 2026

Gli orti urbani non nascono per caso

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La vendita all’asta del terreno di via Goito, sul quale da anni il Collettivo Orti Urbani coltiva senza un titolo autorizzativo, ha riaperto un dibattito che accompagna Livorno da molto tempo e che in questi giorni seguiamo sulle pagine dei quotidiani e sui social. Ne abbiamo già parlato nel nostro sito qui.
Mentre il collettivo rivendica quell’area da oltre quattordici anni chiedendo che venga sottratta all’edificazione, il terreno, appartenuto alla Cooperativa Lavoratori delle Costruzioni e finito nella procedura fallimentare, è stato acquistato da un soggetto privato.
La cronaca si è inevitabilmente concentrata sul conflitto tra il diritto del nuovo proprietario e le aspettative di chi vorrebbe conservare l’area così com’è, ma l’urbanistica suggerisce una lettura diversa, meno legata all’emergenza e più attenta alla programmazione.

Un’occupazione durata oltre un decennio non costituisce e non deve costituire di per sé un titolo giuridico, ma può rappresentare il sintomo di un bisogno collettivo che la pianificazione non ha intercettato in modo adeguato.
Ignorare questo aspetto significherebbe ridurre l’intera vicenda a una controversia proprietaria, quando invece riguarda il rapporto tra la città e i suoi spazi aperti, un tema effettivamente spinoso nella storia recente di Livorno.

Gli “orti urbani” nascono ovunque a seguito di molteplici cause, spesso legate fra loro.
La prima è la disponibilità di suolo inutilizzato cui qualcuno tende ad attribuire spontaneamente un uso. È un fenomeno che l’urbanistica conosce bene e che Christopher Alexander definiva come la naturale capacità delle persone di appropriarsi degli spazi che percepiscono privi di identità.
La seconda segue una motivazione di ordine sociale: in molte città cresce la domanda di luoghi dove coltivare e costruire relazioni stando all’aperto. Non è un caso che gli “orti urbani” si siano sviluppati soprattutto nelle città più dense, dove il contatto quotidiano con il verde è limitato e coltivare diventa un modo per recuperare un rapporto con la natura che la città spesso interrompe.
Esiste poi una ragione economica, ma è generalmente secondaria rispetto al valore sociale, ambientale e ricreativo.
Infine c’è un aspetto che riguarda direttamente la pianificazione, perché quando un bisogno collettivo non trova risposta nelle politiche pubbliche, tende a manifestarsi spontaneamente.
È accaduto in molte città con gli “orti urbani”, ma anche con gli skate park autogestiti, i giardini condivisi, gli spazi culturali ricavati in edifici abbandonati. Sono esempi di quello che l’urbanista francese Luc Gwiazdzinski definisce urbanismo d’uso: la città viene trasformata dai comportamenti dei cittadini prima ancora che dai piani urbanistici.
Questo ovviamente non significa che ogni occupazione debba essere considerata legittima, tutt’altro, ma che la sua persistenza può segnalare un bisogno reale. Se un orto spontaneo scompare dopo pochi mesi, probabilmente costituiva un episodio isolato, ma se resiste per anni sta indicando che esiste una domanda di città che la pianificazione non ha ancora trasformato in una politica pubblica immediata.

Per molti anni gli “orti urbani” all’interno delle città sono stati considerati una soluzione provvisoria e la loro esistenza dipendeva dall’assenza di altri progetti. Oggi questa interpretazione appartiene in larga parte al passato e negli ultimi decenni la cultura urbanistica ha modificato profondamente il proprio punto di vista.
Molti intellettuali, ad esempio Pierre Donadieu, hanno mostrato come l’agricoltura urbana non rappresenti una sopravvivenza del mondo rurale all’interno della città, ma una componente del paesaggio urbano contemporaneo.
Parallelamente, la Commissione europea ha sviluppato il concetto di green infrastructure, una rete di spazi naturali e seminaturali che produce benefici ambientali, sociali ed economici. In questa rete gli “orti urbani”, quando organizzati e regolamentati a dovere, trovano una collocazione precisa accanto ai parchi, ai corridoi ecologici, alle alberature e alle aree umide.

Definirli un’infrastruttura cambia completamente la prospettiva, proprio perché un’infrastruttura non nasce per occupazione spontanea né dipende dalla disponibilità occasionale di un terreno, bensì deve essere programmata, localizzata e gestita nel tempo in quanto svolge una funzione riconosciuta di interesse pubblico che va ben oltre la coltivazione.

Gli orti mantengono permeabile il suolo e riducono gli effetti delle isole di calore, favoriscono la biodiversità, trattengono l’acqua piovana e contribuiscono alla qualità ecologica della città. Producono però anche benefici meno visibili ma fondamentali, offrendo occasioni di incontro e favorendo l’invecchiamento attivo; trasmettono competenze tra generazioni e rafforzano il senso di appartenenza ai quartieri. Numerosi studi hanno inoltre evidenziato gli effetti positivi dell’attività orticola sul benessere psicofisico e sulla salute.

Molte amministrazioni europee hanno scelto di trasformare questi principi in politiche urbane. Berlino tutela da decenni la rete dei “Kleingärten”, inserendola nella pianificazione territoriale e proteggendola attraverso una normativa specifica. Parigi realizza e gestisce i “jardins partagés”, individuando le aree più adatte e affidandone la conduzione ad associazioni sulla base di convenzioni con il Comune. Barcellona ha sviluppato una rete di orti destinati prevalentemente alla popolazione anziana, considerandoli parte delle politiche per la salute e la qualità della vita. Nessuna di queste esperienze è nata per risolvere un contenzioso su un terreno privato; tutte hanno preso avvio da una necessaria scelta di pianificazione.

Alla luce delle esperienze e della teoria urbanistica, il dibattito livornese dovrebbe trasformarsi in un’occasione utile e, anziché limitarsi a discutere del futuro di un singolo lotto, sarebbe interessante capire se la città intenda riconoscere gli “orti urbani” come una componente stabile della propria infrastruttura verde, allargandoli in altre zone della città, al netto dell’area individuata dal Piano Operativo all’interno del parco che l’acquirente del terreno in via Goito dovrà cedere al Comune una volta terminati i lavori.
Una decisione di questo tipo richiederebbe un censimento delle esperienze esistenti, con l’individuazione delle aree più idonee, criteri di gestione trasparenti e, soprattutto, una nuova previsione negli strumenti urbanistici, così da non lasciare la loro esistenza alla casualità delle occupazioni.

Il caso di via Goito continuerà a essere discusso nelle sedi competenti, ma una riflessione urbanistica, oggi più che mai, può e deve spingersi oltre.

Erika Bartoli
Erika Bartoli
Erika Bartoli, architetto, è socia dello studio Casalini Bartoli Architetti. Svolge attività di progettazione architettonica e pianificazione territoriale in Italia e all’estero, occupandosi di interventi che spaziano dalle ristrutturazioni di interni a progetti su larga scala. Da sempre interessata ai temi della città e dell’abitare, si occupa di progetti residenziali, commerciali e di sviluppo urbanistico.

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